IMG_2417-web
“Il primo rafting non si scorda mai”. Ce lo racconta Claudio, romano che per la prima volta ha provato l’ebbrezza del Rafting e ha voluto omaggiarci di un ricordo della sua esperienza.

Quando i nostri clienti ci raccontano le loro storie, per noi è sempre una gioia. Dopo il racconto di Fabiana, ecco quello di Claudio e della sua prima esperienza con il rafting.

PARTENZA E SISTEMAZIONE
Lasciarsi alle spalle il Grande Raccordo Anulare è sempre una bella sensazione. Dopo aver inglobato dal lunedì al venerdì la consueta dose di stress, somministrata da metropolitana in ritardo, semafori dal rosso facile, tangenziale bloccata e orde di motorini che costringono ad avere 100 occhi nel traffico romano, quello che ci vuole è proprio un viaggio verso una meta rilassante, a corto raggio. Cosa c’è quindi meglio dell’Abruzzo? È una terra vicina, verde, ha la montagna ma ha anche il mare ed è decisamente a misura d’uomo. Al viaggio, abbineremo il rafting! Non l’ho mai fatto e da sportivo curioso quale sono è tempo di provare. Ho sentito parlare di Abruzzo Rafting, li contatto, prenoto con una mail una discesa per domenica e il resto è fatto.

Si parte. E allora tagliamo in due l’Italia e puntiamo verso la costa adriatica, solcando colline e monti, scorgendo la neve che ancora è presente sulle alte montagne non molto lontano (cit. Teletubbies). La nostra destinazione è Civitella Messer Raimondo, uno di quei fantastici borghi dell’Abruzzo abitato da un paio di migliaia di abitanti, quei borghi che d’estate si popolano perché ritornano gli emigrati, quelle seconde case che si riempiono dei tanti romani in villeggiatura. Il paese è adiacente al Parco Nazionale della Majella, una meravigliosa riserva naturale incontaminata. Ah, ho dimenticato di dire che la pattuglia abruzzese è composta da me, dalla mia compagna e da un figlio duenne voglioso di spazi e di allenare per bene le sue gambine non molto affusolate.

Dopo un paio d’ore di macchina, in un’autostrada tanto agevole quanto deserta, dopo un viaggio passato a scrutare una campagna ordinata con un impatto abitativo più misurato di quanto siamo abituati a vedere, arriviamo a Fara San Martino, paese confinante con Civitella Messer Raimondo. Qui alloggeremo per la notte. Quello che vedevamo avvicinarsi man mano, ora si prende grandissima parte del nostro sguardo: il massiccio della Majella, secondo più grande degli Appennini, è una roccia enorme che sovrasta i paesi limitrofi.  Questo incute timore ma dà anche quel senso di protezione, quella sensazione di potenza ed eternità che esige il dovuto rispetto. La vetrata a piena vista dell’Hotel Camerlengo, prospiciente il massiccio, è interamente occupata da questo, ai cui piedi si staglia Fara San Martino. Scopriamo che per andare su, fino in cima, ci vogliono 12 ore di marcia. Poi si dorme in uno dei diversi rifugi presenti in altura per ridiscendere il giorno seguente.

Domani proveremo per la prima volta il Rafting e allora intanto spendiamo il pomeriggio e la serata girovagando per entrambi i borghi di Civitella Messer Raimondo e Fara San Martino. Paesini dal parcheggio facile – cosa a cui noi romani non siamo abituati – si girano a piedi che è una meraviglia. Gli indigeni ci scrutano curiosi, turisti fuori stagione quali siamo. Ci perdiamo nei vicoli dei paesi mentre la notte sale e la Majella accresce la sua imponenza, circondata da nuvole clementi e da un freddo penetrante. Stancato a sufficienza il bimbo, complice un gatto che lo ha seminato a più riprese nel centro di Fara San Martino, è tempo di cenare con una rapida pizza e di tornare in albergo a rilassarci, dopo aver fatto respirare ai polmoni un’aria di primissima qualità. Domani va in scena il primo rafting della nostra vita.

PREPARAZIONE
Il bambino non deve essersi stancato a sufficienza il giorno precedente se alle 6 e 30 del mattino, di DOMENICA, è già bello in piedi e pimpante. Perché gli infanti non hanno mai la cognizione del tempo? Pazienza, è così. La tecnologia viene in nostro soccorso (benedetto iPad) e dopo una lunga e sontuosa colazione è tempo di preparasi e dirigersi al centro rafting. È una bella giornata, neanche tanto fredda, il sole splende e la Majella è rimasta sempre lì. Riprendiamo la macchina e ci inerpichiamo sulle stradine che si perdono nella campagna abruzzese.

I colori del panorama sono meravigliosi. Il verde dei prati pronti a rifiorire domina e si fonde con i colori delle coltivazioni agricole, il tutto nel contorno della montagna. Seguiamo i segnali, rigorosamente di legno, retrò style, e arriviamo al centro Abruzzo Rafting. Gli alberi ci sovrastano e filtrano la luce del sole; l’unico rumore che ascoltiamo con interesse vista la panacea acustica che ci procura, è quello dell’Aventino, fiume carico di acque invernali che sfocia qualche chilometro più a valle in un lago. Veniamo accolti calorosamente mentre scrutiamo la struttura, piccole casette di legno che ospitano uffici, spogliatoi (questi in muratura) e deposito attrezzature e mute. Sì perché per fare Rafting bastano solo delle scarpe da ginnastica visto che tutto ci viene messo a disposizione.

Esplicate le formalità di rito, è tempo di vestizione. Prendiamo la nostra muta in neoprene che ci copre interamente, il casco, il giubbotto salvagente, e assumiamo la fisionomia di un vero rafter anche se ancora dobbiamo salire sul gommone per la prima volta. Quando siamo pronti e ben coperti, saliamo sul pulmini per raggiungere il punto di partenza. Si sale per qualche chilometro di strada fino ad arrivare nel territorio di Lama dei Peligni. Siamo in aperta campagna, incrociamo le case che guardano oramai rassicurate il castoro nel canotto con pagaia in mano che campeggia sulle fiancate del pulmino, e arriviamo in una radura. Tiriamo giù il gommone e ci avviamo lungo un sentiero sterrato che ci avvicina ad una comoda ansa del fiume. Manca davvero poco al nostro impatto con le rapide dell’Aventino, ma è tempo di ascoltare le nostre guide per capire come funzionerà la discesa. Curiosi? Non perdete il prossimo appuntamento allora.

LET’S GO!
Dove eravamo? Ah ecco, avevamo raggiunto Lama dei Peligni ed eravamo in attesa del briefing delle guide. Siamo ancora sulla terraferma, i colori sbiaditi degli ultimi giorni d’inverno compongono una vista placida e armoniosa con la natura, spezzata solamente dalle sgargianti colorazioni dei nostri caschetti e dei nostri salvagente. Ci disponiamo in cerchio e ascoltiamo le due guide che ci accompagneranno in quella che si preannuncia una entusiasmante discesa. Man mano che ci danno spiegazioni, l’eccitazione sale. Se c’è una guida comanda lei. Se ce ne sono due comandano a turno. Si sta concentrati sulla voce della guida di turno che darà pochi e semplici comandi. Una volta che ci hanno spiegato come stare nel gommone, ovvero piedi liberi ma serrati nelle cinghie del pianale, fondoschiena sul bordo esterno del gommone, e una volta capito come impugnare la pagaia, ci spiegano che: avanti si pagaia in avanti, indietro ovviamente all’indietro.

Le direzioni sono due sia in latitudine che in longitudine e quindi: avanti destra pagaiano in avanti quelli seduti a destra mentre quelli a sinistra stanno fermi, e via dicendo. Dopo un paio di minuti non si sbaglia più un colpo: l’adrenalina fa salire anche la concentrazione, la stessa che ci fa stringere con forza una pagaia che non abbandoneremo di sicuro. Si comincia piano, il letto del fiume è largo, l’acqua abbondante e il gommone fila via che è una bellezza. Le nostre guide hanno cura di anticiparci i tratti dell’Aventino che stiamo per affrontare, tutti con un proprio nome, e di elencarci il loro livello di difficoltà. L’Aventino risulta fiume sicurissimo, assolutamente non pericoloso e adatto quindi a tutti, grandi e piccini. Dopo un breve tragitto arriva la prima curva. Si sorride, inconsciamente. Pagaiamo con forza per prendere velocità e godercela tutta, scivolando sui sassi con conseguenze innocue, virando, raddrizzandoci e, nelle pause che le guide allenate concedono magnanimamente a noi cittadini avventori della montagna, godendoci il panorama. Siamo infatti immersi nella natura più incontaminata, con le montagne a sorvegliarci e con il sole a mostrarci la via. Dopo qualche altro molto divertente, arriviamo alla “rapida degli inglesi”, così almeno la chiamano le guide. È il percorso più impegnativo, curve in discesa con massi belli grossi a indicarci il percorso.

Siamo concentrati, per nulla intimoriti anzi galvanizzati dall’idea di passare in mezzo ai quei sassi giganti, con poco giogo a disposizione. Presa la giusta velocità, aggiustata la direzione, scorriamo meravigliosamente nel tratto “inglese”, ricevendo il “bravi!” delle guide che ora ci concedono un riposo. In una parte del fiume molto calma, a metà percorso, “attracchiamo” e scendiamo per prendere fiato. Ci godiamo il panorama mentre le nostre caviglie riposano, sottoposte come sono a tenere tutto il peso del nostro corpo sul gommone. Giochiamo a un giochino che serve a mantenere alta la concentrazione, scambiandoci di posizione (siamo in cerchio) a seconda del fischio della guida, senza far cadere le pagaie che sono diritte dinanzi a noi. Finiamo tutti in acqua a ridere e a scherzare, pronti dopo qualche minuto a riprendere il tragitto. Ripartiamo, scivoliamo via veloci sui massi, ci teniamo forte e incappiamo in un sasso bello grosso che ci fa arenare. Siamo obliqui ora, sopra il masso e si urla di eccitazione. Potremmo finire in acqua, non succederebbe niente di grave ma le guide ci fanno bilanciare il peso e dopo una serie di volute e forti ondulazioni, ci disincagliamo. Si riparte ancora più eccitati di prima. Dopo un’oretta e mezza, a furia di curve, testa coda e via dicendo, intravediamo il centro rafting. Siamo arrivati, stanchi. Le guide ci fanno attraccare.

Scendiamo e tiriamo sul il gommone. Ci diamo l’high five, il cinque alto american style, sorridiamo felici e corriamo verso i nostri famigliari ansiosi di raccontargli la bella esperienza. È tempo di una rapida doccia calda. Il piccolo mi viene incontro, devo essergli mancato in queste due ore da quando mi ha visto salire su un gommone e solcare l’acqua, lui familiare di solito con l’asfalto di Roma e con gli autobus. Siamo ripuliti e pronti ora. L’aria di montagna e l’attività fisica sono ingredienti fondamentali per un pranzo luculliano. Chiediamo lumi sulla ristorazione locale e veniamo dirottati presso “La Taverna”, ristorante con vista lago nei pressi del centro rafting. Ve la faccio breve: cucina casareccia, pasta fatta in casa e carne locale che a noi, famiglia vegetariana, ha fatto venire voglia di conversione. Lo scontrino, addirittura convenzionato con il centro rafting, è da portare a Roma e mostrarlo alla maggior parte dei locali dove con quanto speso a “La taverna” a malapena ci paghiamo due pizze. Sul commento finale ve la faccio breve: RITORNEREMO!